Noi juventini rischiamo di apparire pedanti o, come disse un nostro ex Presidente "rancorosi", ogni volta che mettiamo in mezzo Calciopoli in molte discussioni il cui motivo del contendere è la politica sportiva italiana. Tuttavia, se la vulgata riconosce quello come lo scandalo peggiore di tutta la storia del calcio occorre la coerenza di accettare quella vicenda come termine di paragone.
La teoria della cupola moggiana resta in piedi grazie al reato di pericolo, alla giustizia ordinaria (siamo alle porte della Cassazione) è bastato il tentativo dei sodali di condizionare quel campionato a giustificare le condanne per associazione a delinquere, pur non essendo riuscita (la cupola) a portare a termine alcun tipo di alterazione delle partite. Lasciamo da parte tutto il resto, oggi non ci serve, e teniamo bene a mente questo importante particolare: nonostante tutte le teorie accusatorie di Auricchio e Narducci siano state smontate clamorosamente, due corti giudicanti hanno ritenuto sufficiente il pericolo di tentativo per condannare Moggi, Giraudo, Pairetto, De Sanctis e i pochi rimasti dal mastodontico gruppo criminogeno iniziale (per Bergamo è stato stabilito il rifacimento del processo). I sorteggi erano regolari, le ammonizioni preventive erano solo un argomento del prode Meani per simulare la propria innocenza, le schede straniere non hanno provato nulla e non sono state nemmeno intercettate per tacere del sistema di attribuzione delle appartenenze, il principale arbitro indagato veniva utilizzato per salvare la Fiorentina dalla retrocessione mandandolo ad arbitrare... Lecce-Parma.
Dicono che le sentenze non si contestano ma si accettano, semmai si appellano. Oggi non voglio fare nulla di tutto questo, semplicemente vorrei confrontare questo quadro con quanto sta avvenendo in questi giorni nel calcio. La telefonata di ieri tra Lotito e il dirigente dell'Ischia sta occupando molto le cronache sportive, ma come capita spesso in questi frangenti la maggior parte degli osservatori si sofferma sulla parte meno importante, o, per essere cinici, quella meno seccante per il vero boss del momento, che è anche quello del momento prima e pure di quello prima ancora.
Oggi sono tutti tifosi del Carpi, del Latina, del Frosinone ma è davvero questa la parte più scandalosa della telefonata? Per me no, questa è la parte più grottesca della conversazione, quella che palesa definitivamente l'inadeguatezza di Lotito ad interpretare la parte del deus ex machina, nel teatro greco la divinità che giungeva sulla terra a dirimere e risolvere tutte le questioni inestricabili. E non è nemmeno così difficile dimostrarla, questa incapacità del Presidente della Lazio, secondo cui la promozione nella massima serie di piccole società sarebbe un danno economico per il movimento. Non mi soffermerò sull'aspetto etico-sportivo, dovremmo coerentemente smetterla tutti di tenere ancora in piedi questo genere di argomentazioni, sono quasi 20 anni che le società sportive hanno ottenuto lo status di imprese a fine di lucro, non prendiamoci in giro a sventolare ancora vessilli che giacciono nelle soffitte dello sport mondiale, Olimpiadi comprese. No, non è la scarsa propensione di Lotito al valore della competizione sportiva a tenermi sveglio la notte, quanto proprio il suo ragionamento sulla vendita dei diritti televisivi in presenza di squadre di scarso appeal, e basta guardare al campionato di riferimento per capirlo. La Premier League, attuale Eldorado dell'introito da broadcasting, riesce a vendere la trasmissione televisiva delle partite a cifre esorbitanti indipendentemente da quali squadre minori si trovino più o meno di passaggio negli anni. Per dirne una, Burnley è una cittadina di 70.000 abitanti, curiosamente più o meno gli stessi di Carpi; anche squadre dallo scarso appeal internazionale come Swansea, QPR, Leicester, Hull City non impediscono certo alla Lega inglese di ottenere quegli introiti. Il teorema di Lotito non regge, anzi guarda nella direzione sbagliata. Nel 1992 le principali società professionistiche inglesi si staccarono dalla Football League perché non volevano più trattare in blocco i contratti di sponsorizzazione e, appunto, i diritti televisivi. Nel 2006 l'Italia, invece, intraprende la stessa strada ma nel senso di marcia opposto: la legge Melandri impone, tra le altre cose, la contrattazione collettiva dei diritti televisivi, mettendo di fatto nelle mani di pochi il destino del principale movimento calcistico, con il rischio che, se uno di questi pochi è Claudio Lotito, il pericolo di veder crollare il baraccone si innalza notevolmente. Il fatto che il vicepresidente di Lega si preoccupi di chi salirà in Serie A e non di cosa è oggi la Serie A la dice lunga sulla sua competenza, ma le parti gravi della faccenda non sono queste, assolutamente, eppure oggi non si legge altro.
Primo aspetto gravissimo: Lotito fa pressione su Iodice, il dirigente dell'Ischia che registra (clandestinamente, ma questo è un altro aspetto che meriterebbe capitoli a parte) la telefonata, affinché torni ad appoggiare Macalli, Presidente della Lega Pro, pena il blocco dei contributi FIGC ai club della ex serie C.
Secondo aspetto gravissimo, rimasto in ombra: Lotito dice a Iodice: "Ho parlato con quello che ha portato 1,2 miliardi alla Lega di A e 14 milioni in più di Rcs alla Figc." Quello è Bogarelli, capo di Infront Italy, società molto, troppo addentro alle dinamiche del calcio. Prendo in prestito da Repubblica.it l'esaustivo riassunto che il direttore della sezione sport del giornale ha fatto sulla questione, ritornata in auge dopo la finta gaffe di Galliani in merito alla gestione della post-produzione delle immagini delle partite:
"...Il tentativo di Infront Italia - il cui grande capo e stratega, Marco Bogarelli, è uno storico amico e alleato di Galliani - di assicurarsi un controllo completo del giocattolo, attraverso l'esercizio di un potere economico e politico che non trova ostacoli, se non l'opposizione, per ora insufficiente, della Juventus di Andrea Agnelli. Quando il piano sarà completato e molti passaggi sono già avvenuti, Infront potrebbe trovarsi infatti nelle seguenti condizioni:
a) controllare i diritti tv delle Leghe professionistiche di A e B e della Nazionale, di cui è advisor. (Lotito, nella telefonata, lascia intendere un intervento economico anche per la trasmissione delle partite di Lega Pro, ndr)
b) esercitare la propria influenza su decine di club professionistici, 13 nella sola serie A, grazie ai contratti di sponsorizzazione che procaccia sempre nel ruolo di advisor.
c) controllare la produzione e la regia delle immagini tv, se dovesse andare in porto la richiesta avanzata da Galliani - col pretesto del gol di Tevez - di affidare a soggetti "indipendenti" riprese e scelta delle immagini delle partite. In realtà, come sanno anche i muri e come già accade per 17 delle 20 squadre di A, Infront è l'unico soggetto "indipendente" in grado di offrire il servizio ed è già prontissimo ad acquisirlo in toto, chiudendo il cerchio.
d) controllare o perlomeno condizionare, attraverso le pressioni esercitate sui club vincolati da contratti che spesso garantiscono la sopravvivenza, le elezioni nelle Leghe (A, B, Lega Pro, dilettanti) e dunque indirettamente quella del presidente della Federcalcio.
e) decidere, come già accade, se concedere ad un club con cui collabora in crisi di liquidità, anticipi cash sui proventi a venire. Questo garantisce, naturalmente, quell'influenza da esercitare poi nelle occasioni di cui al punto d."
Aligi Pontani, autore del pezzo, ricorda inoltre il regime di pressocché completo monopolio in cui opera Infront, argomento del quale dovrebbe occuparsi il Governo, nella persona di Graziano Del Rio che ha la delega del Presidente del Consiglio per lo Sport (il Ministero apposito è stato cancellato da diversi anni), e l'Antitrust. Il primo si è limitato, per ora, al più sterile degli inviti: "Il calcio deve cambiare" (si, ciao) mentre l'autorità garante per la concorrenza e il mercato non si occupa del calcio da quasi due anni, da quando espresse parere negativo sui criteri di ripartizione dei diritti televisivi, tanto per cambiare.
Torniamo, quindi, al punto di partenza: per condannare la fantomatica cupola ("dai modi simili a quelli usati dalla mafia", non dimenticherò mai questo particolare dell'informativa dei Carabinieri) che teneva in scacco tutto il calcio è bastato il pericolo rappresentato dal solo tentativo di essersi associati, associazione i cui scopi e i cui mezzi siamo ancora qui a capire quali fossero.
Oggi, invece, siamo in una situazione in cui non solo la fase del tentativo e del pericolo, ma persino quella della attuazione sono già a buon punto. Mi ha fatto molto sorridere, infatti, il polverone alzato dalla telefonata consegnata da Iodice a Repubblica, come se il modus operandi di Lotito fosse sconosciuto o inimmaginabile, come un novello Superman o Jack lo squartatore. Un po' meno inaspettato, invece, è l'atteggiamento della stampa e degli organi di controllo nei confronti del suo socio in affari, quel Galliani che non ha piu avuto bisogno di un'avanguardia interna da scaricare uno volta scoperti, ma ha piuttosto trovato questo personaggio a cui demandare la parte faticosa e peggiore del lavoro, quello di raccattare consensi in giro per Leghe. Il gatto e la volpe, il braccio e la mente, regista (in sala di montaggio) e attore principale (in bella mostra sulla scena).
Chiudiamo il cerchio del ragionamento: sia Lotito che Galliani erano coinvolti dentro Calciopoli e, a vario titolo, anch'essi squalificati. Se lo ricorda qualcuno, a parte i soliti pedanti juventini, quelli rancorosi?
@GiuSette7


Già, chissà perché ne parliamo solo noi.
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