Carlo Bonini, corrispondente di "Repubblica" e storico collaboratore del rimpianto Giuseppe D'Avanzo, si è dimesso dalla carica di Consigliere Nazionale dell'Ordine dei Giornalisti. Motivo della scelta la decisione del consesso lombardo di reintegrare nell'albo Renato Farina, radiato nel 2007 dopo la sua confessione di essere stato collaboratore retribuito dei Servizi Segreti Militari. Non sta a me approfondire la bontà dell'una e dell'altra scelta, volevo solo sottoporre all'attenzione la lettera con cui il giornalista romano rassegna le proprie dimissioni. Ve ne consiglio la lettura per intero, la trovate a questo link, mentre io ne riporto qui solo alcuni pezzi. E' interessante leggere quello che un giornalista pensa di alcuni suoi colleghi, perché sono pensieri che molti di noi lettori e consumatori ci troviamo a condividere nei nostri scambi social.
Il primo frammento: "Ritenevo di essere in compagnia di colleghi che, pur pensandola
diversamente da me, con me condividessero i principi di questo mestiere.
O, comunque, un orizzonte etico minimo. Che nulla è 'irriformabile'. Mi sbagliavo. E non prenderne atto sarebbe un inganno. Con me stesso,
con voi, con chi, con il suo voto, ha voluto che sedessi in questo
Consiglio."
Subito dopo comincia la parte meno romantica: "La memoria di questo Paese è corta. Istantanea, direi. Quella dei suoi
giornalisti, per lo più cangiante, variabile alle convenienze."
Non male, come inizio. Ma sentite il resto:
"Ebbene la riammissione di Betulla (il nome in codice di Renato Farina all'interno dei Servizi, ndr) nell’Ordine oltraggia non solo la
memoria di Giuseppe D’Avanzo, ma soprattutto quello che ha dato al
giornalismo. E il silenzio è dei complici. Lo dico a chi, in questo
Consiglio, con un’ennesima cinica capriola, dovesse rifugiarsi nel
pensiero consolatorio che le mie dimissioni siano per 'fatto personale'.
Gli stessi da cui non ho sentito dal 3 settembre in avanti levarsi una
voce, sia pure flebile. Che so, un fremito, magari dopo che la notizia
della riammissione di Betulla era stata resa pubblica dal quotidiano 'il
Fatto'. Nulla. Calma piatta. Come la doppia e ipocrita coscienza di
molti che fanno questo mestiere, nascosti dal comune tesserino di
appartenenza all’Ordine e dalla memoria tenera delle testate per cui
lavorano."
Ha detto "di molti" eh!
"Quale altro tradimento siamo, siete pronti a consumare? Cosa vi
preparate a raccontare a chi, oggi, si sbatte per poche centinaia di
euro lorde al mese credendo in quello che fa e rischiando spesso la
pelle per uno scatto o per l’ostinazione di scrivere un nome
impronunciabile in una cronaca locale?"
E, infine, l'amara conclusione: "Ma davvero non c’è posto per me in questo consesso che si è
evidentemente rassegnato ad essere solo il simulacro di ciò che vorrebbe
difendere e dice di voler difendere'.
Non entro nel merito delle considerazioni di Carlo Bonini né posso sapere quanto le sue dimissioni siano dettate dal coinvolgimento personale. Tuttavia sono contento del suo congedo e di questa esternazione., perché quei concetti espressi mi sono molto familiari e tocco spesso con mano le stesse sensazioni, ma non essendo un giornalista il rischio è sempre quello di essere bollato di complottismo, di eccessiva partigianeria, di stoltezza. Se, però, a raccontare la doppiezza, l'ipocrisia e la scarsa coscienza di alcuna parte della categoria sarà un po' difficile tacciare di ottusità questo giudizio.
Esprimo la mia solidarietà a Carlo Bonini e gli faccio i complimenti per il coraggio e, soprattutto, lo ringrazio per aver tolto un altro velo sulle vergogne della casta a cui indegnamente appartiene.


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